Scuola & Tempo

Aec non significa pedofilo

Il fatto è gravissimo, le accuse pesantissime e la rabbia, giustamente, monta in rete: questa volta non si tratta “solo” di violenze e maltrattamenti.

Questa volta si parla di abusi e pedofilia.
E lui è un Aec

Lasciamo alle cronache soprattutto alla magistratura l’onere di indagare, riferire, spiegare e adeguatamente – speriamo – sanzionare e punire. Noi abbiamo già scritto quel che si poteva scrivere, per non far passare sotto silenzio un fatto del genere.

aecAdesso però non vorremmo che iniziasse la “caccia” all’Aec

Così come, dopo i fatti di Mafia Capitale, le cooperative sono ormai “brutte e cattive”; così come guardiamo con grande sospetto gli operatori e gli infermieri delle strutture per anziani e disabili, dopo i tanti, troppi fatti riferiti ormai quasi giornalmente dalle cronache; allo stesso modo si rischia di creare un nuovo girone infernale: quello, appunto, degli Aec. Fino a ieri sconosciuta ai più, questa sigla oggi viene associata alla peggiore nefandezze.

Perché oggi l’Aec è il “pedofilo”

Per questo, per scongiurare questo rischio, vogliamo provare a spiegare, almeno a grandi linee, chi sia l’Aec, cosa faccia e in che condizione lo faccia. Iniziamo col dire che l’Aec è stato riconosciuto, come figura professionale, solo recentemente e non dappertutto. A Roma, per esempio, da appena sei mesi c’è una delibera comunale  per la che ha sancito l’esistenza e lo status di questa figura. Il che vuol dire che l‘assistenza educativa e culturale per gli alunni disabili a Roma sarà certa, con fondi propri e uguale per tutti. Nello specifico, la delibera prevede l’approvazione e la riorganizzazione del servizio, ma anche la definizione di un regolamento comunale fondato su quattro principi: inclusione e diritto allo studio per quanto riguarda gli utenti, applicazione del Ccnl per gli operatori e sostenibilità economica per assicurare stabilità al servizio.  Al tempo stesso, la delibera segna l’ufficiale riconoscimento della figura professionale dell’Aec e del servizio che questo svolge.

Il che significa che la figura dell’Aec, prima di settembre scorso, praticamente non esisteva, mentre l’importanza fondamentale del lavoro che svolge ogni giorno è sotto gli occhi di tutti. Soprattutto delle famiglie. Ma cosa fa l’Aec? Per rispondere, prendiamo in prestito un documento della provincia di Milano, che ne tratteggia molto bene il profilo.

1. Un mediatore

L’Assistente alla Comunicazione, figura professionale prevista dalla legge 104 del 05/02/1992, è un operatore socio-educativo con funzione di mediatore e facilitatore della comunicazione, dell’apprendimento, dell’integrazione e della relazione tra lo studente con disabilità sensoriale la famiglia, la scuola, la classe ed i servizi territoriali specialistici

2. Formato e specializzato

aec2Pur non essendo prevista una normativa specifica, il personale impiegato all’interno di questa tipologia di servizi normalmente è in possesso dei requisiti professionali quali: lauree in ambito psico-pedagogico o, limitatamente ove previsto, diploma di scuola media superiore, con formazione specifica e maturata esperienza nel settore educativo o di assistenza a disabili sensoriali. In alcuni casi è previsto che l’operatore sia in possesso di specifiche competenze, quali la conoscenza della L.I.S. (Lingua Italiana dei Segni) o del Braille (codice per ciechi).

3. Verso l’autonomia

L’assistente alla comunicazione interviene prioritariamente in ambito scolastico, ma in taluni casi anche o esclusivamente in ambito domiciliare in affiancamento a soggetti con disabilità sensoriali per accompagnare e consolidare il percorso verso l’autonomia nello studio, per gli alunni nelle scuole secondarie di I e II grado, se previsto dalle finalità del P.E.I., o per supportare un progetto educativo-riabilitativo formulato da servizi specialistici riabilitativi.

4. I compiti

L’Assistente alla Comunicazione, instaurando una relazione educativa, supporta l’alunno nel compito di accrescere e sviluppare le proprie potenzialità cognitive, relazionali e sociali attraverso l’esperienza dell’apprendimento. Infatti le disabilità sensoriali, non associate ad altri deficit, non compromettono il normale sviluppo cognitivo e il raggiungimento di qualsiasi livello di istruzione, se sostenute da un intervento rieducativo e riabilitativo precoce ed adeguato e se i contenuti didattici vengono resi accessibili utilizzando metodologie e strumenti specifici al fine di compensare il deficit sensoriale.

In sintesi e in conclusione, l’Aec è una persona che ha studiato, spesso ha competenze che altri non hanno, padroneggia strumenti che nessun altro nella scuola sa padroneggiare (lingua dei segni, ausili ecc.), è fondamentale e indispensabile perché l’alunno disabile possa andare a scuola (diversamente, sarebbe semplicemente parcheggiato a un banco). Eppure, non è riconosciuto, non c’è una legge che ne regoli lo statuto, viene rimpallato tra un ente locale alla altro e, specie da quando le province non esistono più, non si sa bene da chi dipenda il suo destino. L’Aec è una delle tante contraddizioni della scuola italiana: tutti ne riconoscono il valore, ma chi dovrebbe valorizzarlo non lo fa. L’Aec è un professionista serio e competente. Poi ci sono le eccezioni, che a volte sono pessime eccezioni. Ma non diamo per questo la caccia all’Aec.

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