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Lettera a Tommy da Cambridge

marinaluca

Cambridge, 20 febbraio, 2016

Carissimo Tommy,

ti scirvo soprattutto per farti gli auguri. Diciotto anni sono tanti, è un numero importante: sei grande! Vorrei essere lì per darti un bacio, anche se so per esperienza che ti puliresti subito la guancia con la mano. Ho visto che ieri sera c’è stata una grande festa, con tanti amici, tanta musica e luci colorate, per celebrare il tuo compleanno.

Ma non solo.

Si celebrava, se non sbaglio, l’idiozia del fatto che, secondo alcuni, il tuo diciottesimo compleanno marca anche il momento in cui tu non sei più considerato autistico. Ma per fortuna non è così.

Perché senza l’autismo non saresti il Tommy che conosciamo tutti e a cui vogliamo bene.

Perché senza autismo, sicuramente non ti faresti dare un bacio da me, che non mi conosci molto bene.

Perché senza autismo, tuo papà non avrebbe insegnato ad altri genitori come lui la dignità dell’autismo, l’importanza dell’inclusione e del bisogno di chiarezza.

Perché senza autismo non ci saremmo conosciuti mai, non avremmo condiviso in bed and breakfast a Cagliari, una giornata sul palco a parlare di noi, una serata in un ristorante piccolo e rumoroso, non avremmo fatto una passeggiata per le strade di Cagliari vecchia, di sera.

Perché senza autismo saresti sicuramente una bellissima persona, ma non saresti tu.

Perché senza autismo non mi avresti mai dato quella pacca sul sedere mentre parlavo con tuo padre e altra gente. Ti saresti fermato prima, togliendomi la gioia, ormai remota, di pensare di avere ancora un bel culo, alla mia veneranda età. Ti ringrazio particolarmente per quel gesto, davvero: mi hai ringiovanito di dieci anni.

Perché senza autismo non avresti passato così tanto tempo con tuo padre, non vorresti sicuramente seguirlo nei suoi viaggi per l’Italia perché avresti le tue cose da fare, e non avresti conosciuto tutte le persone che hai conosciuto e visto tutti i posti che hai visto.

Perché l’autismo, su di te, sta bene come un vestito fatto su misura: gli togli la paura legata a quel nome, gli togli insicurezze e pietismi. Te lo porti addosso con una signorilità che fa invidia.

Per cui, caro amico mio, avrai anche diciotto anni, ma fortunatamente sei rimasto il bel Tommy che tutti conosciamo e amiamo.

Ti abbraccio forte, amico mio,

Marina

MARINA VIOLA


Leggi Pensieri e Parole, il mio blog:
http://pensierieparola.blogspot.com
Marina Viola porta il quaranta di scarpe. Vive a Boston e ci fa il diario di quella che pensiamo essere l’ altra parte della luna. Che significa per noi autistici vivere negli Stati Uniti? Potete farle anche domande….

Le precedenti corrispondenze di Marina Viola da Boston

  • Questa è la sua storia: dal 1991, da quando cioé ha deciso di vivere con il suo fidanzato Dan. La loro prima casa era nel New Jersey, dove ha preso una minilaurea in grafica pubblicitaria. Ha tre figli: Luca, che ha quasi diciannove anni, ha una forma abbastanza drammatica di autismo e una forma strana di sindrome di Down; Sofia, che ha sedici anni ed è più bella di Liz Taylor, è un genio del computer e prende sempre cinque meno meno in matematica; Emma, che di anni ne ha solo otto, ma che riempie un silos con la sua personalità. Marina Viola odia le uova perché puzzano, ma per un maron glacé venderebbe senza alcun senso di colpa tutti e tre i figli. Ha una laurea in Sociologia presso Brooklyn College, l’università statale della città di New York. Da qualche anno tiene unblog in cui le piace raccontare alcuni momenti della sua vita. Ha scritto settimanalmente sul sito della Smemoranda (smemoranda.it) dell’America vista però in modo sarcastico e ironico.

A giugno del 2013 è uscito il suo primo libro, “Mio Padre è stato anche Beppe Viola”, edito da Feltrinelli. Nel suo secondo, “Storia del Mio Bambino Perfetto” (Rizzoli, 2014) racconta di Luca e dell’autismo.

 

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