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La storia della teppautistica nel lager di Grottaferrata

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M. ha 14 anni ed è una delle ragazze ospiti del Villaggio Eugenio Litta, il centro di riabilitazione di Grottaferrata finito ieri nelle prime pagine dei giornali per le violenze e gli abusi di alcuni operatori nei confronti di alcuni giovanissimi ospiti. M. è lì da circa un anno: da quando il papà è morto per un tumore al cervello. A raccontarci la storia è Massimo, collega e amico del papà di M. E sua moglie Stefania, che ci ha inviato una mail piena di tristezza e di rabbia. “Questo santo uomo si e’ preso cura dei genitori anziani e dei due figli con un amore inenarrabile”. Viveva solo con i figli e i genitori anziani, da quando la moglie brasiliana lo aveva abbandonato, tornando in Brasile. Alla figlia era stata diagnosticata una forma di autismo. “Il giorno successivo al primo intervento, in ospedale si presentarono gli assistenti sociali, che già seguivano i figli, per portali via”, ci racconta Stefania.

Mai i figli, entrambi, restarono con lui, fino all’ultimo giorno”, ci racconta Stefania.

Il papà di M. è stato operato: “sembrava stesse meglio – ci riferisce Massimo – era anche venuto in ufficio a salutarci. Ma poi l’anno scorso è venuto a mancare. A quel punto, era impossibile tenere m: a casa, con il fratello e la nonna ormai ultranovantenne. Così gli zii si informarono, cercarono una struttura adatta: e la scuolaa, o la parrocchia non ricordo, consigliarono il villaggio Eugenio Litta di Grottaferrata. Lì, pochi giorni dopo il funerale del papà, fu trasferita M.”

La famiglia, però, non l’ha mai abbandonata. “La nonna ha 95 anni – ci racconta Massimo – e ancora va a trovarla, insieme agli zii. Fin dall’inizio ha notato alcune cose strane: intanto, che la bambina non indossava mai i vestiti che lei gli regalava. Poi che non le lasciavano vedere la sua stanza, ma gli incontri avvenivano sempre in giardino”.

Ultimamente poi, “gli operatori avevano detto alla nonna divenire di meno, di non farsi vedere così spesso, per non disorientare M. Tanto c’erano loro, a prendersi cura di lei!”. L’ultima volta che è andata a trovarla, per Natale, la nonna è tornata particolarmente turbata. Ricordo che mi ha detto: ‘Non credo che M. sia contenta di stare lì’. Io le ho chiesto come avesse fatto a capirlo, visto che M. non parla e non comunica. E lei, con la sua straordinaria lucidità, mi ha risposto: ‘Perché tiene sempre i pugni vicini alla testa’. Ci ho ripensato ieri, dopo aver sentito la terribile notizia. E mi sono reso che probabilmente aveva ragione: a modo suo M. cercava di dirle qualcosa”.

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