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La polizia dell' Arizona uccide l' Asperger con il cane

Quella di Kayden, che prima conoscevamo come Danielle, è una vicenda molto triste e molto complicata da ricostruire. Abbiamo chiesto a Marina Viola da Boston di raccontarcela. 


“Siamo stati costretti a spararle” è la dichiarazione lasciata dai poliziotti dell’Arizona giovedì scorso, quando sono stati chiamati perché una persona stava tentando il suicidio con un coltello. Pare che Kayden Clarke, come si faceva chiamare da quando si era dichiarata transgender, e già conosciuto come Danielle Jacobs, si sia scaraventato contro gli agenti. È morto poco dopo, in ospedale.

Quando ancora si identificava come donna e si faceva chiamare Danielle Jacobs. Noi che seguiamo da vicino le vicende dei nostri compagni autistici, l’avevamo forse incontrata tempo fa: era la giovane donna  Asperger che ci aveva mostrato come il suo cane l’aveva confortata durante una sua crisi. È un video struggente: Danielle piange disperata, muovendo le braccia come se stesse annegando, e il cane la calma, le sta vicino, fino a quando lei si accascia di fianco e comincia ad accarezzarlo, calmandosi.



 

È una testimonianza difficile da condividere. Ci vuole il coraggio della disperazione, e la voglia di aiutare chi soffre di queste crisi: ci sono dei modi, voleva forse dire ai suoi colleghi Asperger, per calmarci quando veniamo aggrediti da crisi difficili da gestire. Quando ci si sente di volersi far del male, ci si tira delle sberle, dei pugni.

L’allora Danielle c’era riuscita, a documentare un momento così intimo e struggente. Il video è diventato virale, forse proprio per la sua cruda umanità. Un cane riesce a calmare una persona in crisi, ma un anno dopo, quando una di queste crisi ritorna, la polizia decide di sparare.

Kayden era una persona molto intelligente, completamente al corrente della sua disabilità, e aperta a parlare, nei suoi video, dell’incompetenza delle cliniche psichiatriche che seguivano il suo caso. Denuncia in questo video l’impossibilità di essere seguito, in Arizona, da medici preparati, e racconta il suo iter medico e legale nel tentativo di ottenere il supporto necessario. Ci ricorda di smetterla di chiamare l’autismo una malattia, e di tentare di curarlo e di vederlo per quello che è: una condizione che deve essere seguita da persone che se ne intendono.

Kayden non lottava soltanto contro l’ignoranza nei confronti della sua condizione neurologica, ma anche e soprattutto contro una mentalità bigotta che non capiva la necessità, per una persona transgender, di essere accettata per quello che è e di essere guidata corrattamente verso una cura ormonale appropriata. Già che ci siamo, è importante sottolineare che pochissimi giornali riportano il fatto che Kayden fosse transgender, e parlando della notizia, usano il pronome lei ogni volta che ne parlano. Kayden era un lui, ed è morto proprio perché non è riuscito ad ottenere in tempo il supporto necessario per diventarlo a tutti gli effetti.

La tragedia di giovedì, quindi, non è esattamente una coincidenza, e non è certamente inaspettata. È una morte annunciata, è l’ennesimo caso in cui la polizia spara prima di tentare di salvare una vita umana. Kayden, come vedete dai video, era magro e soprattutto armato di coltello, e non di arma da fuoco. Loro, i poliziotti, probabilmente due o tre, davvero non avevano altra possibilità che sparare? La madre, disperata e sbalordita da tanta violenza, spiega alla stampa americana che Kayden, al momento della tragedia, non poneva nessun pericolo per le persone accanto a lui.

Non se ne farà nulla, di questa tragedia, come non se ne farà nulla di mille altre tragedie come questa: non era che una persona transgender affetta da Aperger, due condizioni discriminanti e che fanno paura a un sacco di gente.

MARINA VIOLA


Leggi Pensieri e Parole, il mio blog:
http://pensierieparola.blogspot.com
Marina Viola porta il quaranta di scarpe. Vive a Boston e ci fa il diario di quella che pensiamo essere l’ altra parte della luna. Che significa per noi autistici vivere negli Stati Uniti? Potete farle anche domande….

Le precedenti corrispondenze di Marina Viola da Boston

  • Questa è la sua storia: dal 1991, da quando cioé ha deciso di vivere con il suo fidanzato Dan. La loro prima casa era nel New Jersey, dove ha preso una minilaurea in grafica pubblicitaria. Ha tre figli: Luca, che ha quasi diciannove anni, ha una forma abbastanza drammatica di autismo e una forma strana di sindrome di Down; Sofia, che ha sedici anni ed è più bella di Liz Taylor, è un genio del computer e prende sempre cinque meno meno in matematica; Emma, che di anni ne ha solo otto, ma che riempie un silos con la sua personalità. Marina Viola odia le uova perché puzzano, ma per un maron glacé venderebbe senza alcun senso di colpa tutti e tre i figli. Ha una laurea in Sociologia presso Brooklyn College, l’università statale della città di New York. Da qualche anno tiene unblog in cui le piace raccontare alcuni momenti della sua vita. Ha scritto settimanalmente sul sito della Smemoranda (smemoranda.it) dell’America vista però in modo sarcastico e ironico.

A giugno del 2013 è uscito il suo primo libro, “Mio Padre è stato anche Beppe Viola”, edito da Feltrinelli. Nel suo secondo, “Storia del Mio Bambino Perfetto” (Rizzoli, 2014) racconta di Luca e dell’autismo.

 

 

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