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La storia di Marcella: una terapista ABA che vuole restare in Sicilia

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In Sicilia mancano centri ABA; ci sono solo due strutture dedicate all’autismo, a Ragusa e a Caltanissetta;  ad Agrigento per farne aprire una i cittadini hanno dovuto ribaltare gli esiti di un referendum popolare per farne inserire la realizzazione tra le voci di scelta per la destinazione di fondi speciali. Scoppia poi il caso di Licata: la casa degli orrori nella quale i ragazzi seguiti subivano violenze di ogni genere. L’isola sembra così il posto meno accogliente del paese per teppautistici e famiglie. Ci sono però molti professionisti, soprattutto giovani, che non ci stanno: vorrebbero fare il lavoro per cui si sono specializzati al meglio senza per questo dover abbandonare la propria terra e sognano che si decida di dedicare più risorse all’autismo almeno per garantire l’assistenza dovuta alle famiglie che ormai non hanno più molte aspettative per i propri ragazzi. Marcella Alaimo, educatrice, assistente all’autonomia e comunicazione, terapista, è una di loro.


“Molti bravi professionisti preferiscono andare a lavorare al nord, ma se solo ci fossero condizioni migliori rimarrebbero al Sud consentendo alla Sicilia di essere una regione all’avanguardia nel sostegno agli autistici e alle loro famiglie”. Marcella Alaimo ha 27 anni, da circa  due lavora come assistente alla comunicazione nelle scuole e come terapista privata ad Agrigento.  Ama ciò che fa e non vorrebbe mai lasciare i bambini che segue, ma ammette che le difficoltà quotidiane aumentano. “Se mi offrissero un posto in un centro specializzato di Rimini, non so se riuscirei a rinunciare, ma se mi dessero contemporaneamente la possibilità di costruirne uno qui, con i tanti colleghi seri che ci sono e le condizioni ideali del nostro territorio, allora non avrei dubbi: resterei e mi lancerei nell’impresa”.

Marcella rappresenta uno dei tanti giovani, laureati e specializzati che quotidianamente operano nelle scuole siciliane per creare percorsi di autonomia per gli studenti autistici.

“Dopo la laurea, ho girato per l’Italia, frequentando workshop e corsi tra cui il corso di perfezionamento organizzato dall’università di Modena e Reggio Emilia e  il master di primo livello dell’Istituto Tolman  sul metodo cognitivo comportamentale per i bambini autistici. E già mi pare un sogno che ora possa fare ciò per cui ho studiato rispetto a tanti coetanei che tornati qui sono disoccupati o hanno trovato lavori diversi dal percorso di studi. Però è dura.”

Certo la soddisfazione di fare ciò che si voleva è impagabile, ma il concetto è preso troppo alla lettera dalle istituzioni locali che attraverso le cooperative di riferimento consentono a Marcella di percepire tra i 7 e i 10 euro l’ora , spesso anche con grande ritardo tra un mese e l’altro.

“Lavoro 10 ore in una scuola e 10 in un’altra, il che non facilita molto la continuità del mio percorso, ma cerco di fare tutto il possibile per implementare con delle attività specifiche sull’autonomia e sulla comunicazione il lavoro dell’insegnante di sostegno. Quando si crea un bel lavoro di equipe si ottengono risultati maggiori, ciò diventa più complesso quando gli insegnanti di sostegno non sono adeguatamente preparati ad affrontare la tematica dell’autismo, ciò comporta spesso una confusione di ruoli. Non è facile poi lavorare sapendo che siamo legati al bilancio comunale e provinciale: se ci sono i fondi si lavora, altrimenti…”

La recente vicenda del referendum tra i cittadini, proprio di Agrigento, per decidere come stanziare dei fondi speciali e la richiesta di destinarli al centro per l’autismo è un’amara conferma delle lotte quotidiane di Marcella. “Certo è grave se si chiede alla cittadinanza di dare una preferenza tra il bonus alimentare o il centro per l’autismo: è veramente difficile in tale contesto far ricredere le molte famiglie che ormai non hanno tante speranze sull’assistenza dei propri ragazzi.

La scorsa settimana ho rifiutato un posto di lavoro per il centro sull’autismo dell’Asp di Catania. Avevo partecipato al bando, anche se i lavori erano fermi da 3 anni, poi all’improvviso, si è deciso di sbloccare la situazione ed io avrei dovuto rispondere nell’arco di due giorni, abbandonando, non si sa come e a chi, i bambini che sto seguendo.”

Molti come Marcella, che amano il proprio lavoro, provano a sopravvivere alternando al lavoro a scuola, qualche ora di terapia privata, ma anche in questo caso non è facile il percorso. “Sono poche le famiglie che si possono permettere di far seguire le 20/30 ore che richiederebbe il trattamento ABA. Se il pubblico le sostenesse, sarebbe differente. Come pure sarebbe auspicabile che arrivati a 18 anni, i ragazzi non sparissero in strutture di fortuna o con diagnosi che improvvisamente cambiano.”

La direzione delle politiche per l’autismo sembra purtroppo altra e, non solo mancano i centri specializzati, ma non ci sono nemmeno i controlli adatti per quelle esistenti. “La casa degli orrori di Licata purtroppo non è un’esclusiva dell’isola, ci sono state situazioni analoghe anche in altre parti d’Italia. Certo qui fa più notizia perché sembra che non ci sia altro ed è un’ulteriore brutta pubblicità per il nostro lavoro”.

Marcella ogni giorno si divide tra una scuola materna del centro ed una elementare della periferia per costruire il percorso dei bambini che assiste con i suoi colleghi di sostegno, il pomeriggio ha i suoi pazienti. E’ giovane ed ha voglia di fare, per questo, se fosse possibile parlare con chi decide per lei, ma soprattutto per i teppautistici che segue, è certa su ciò che chiederebbe. “Prima di tutto la formazioni obbligatoria sull’autismo, non il bonus da 500 euro che non tutti spendono per aggiornarsi! E poi rivolgerei la stessa, a tutti gli insegnanti ed anche ai bidelli.

Tutta la scuola deve essere pronta ad accogliere i ragazzi disabili: soprattutto per i bambini autistici, dovrebbe essere strutturato un lavoro collettivo. Quale utopia, se penso che durante gli anni ho affiancato un insegnante di sostegno che era laureato in discipline scientifiche che nonostante fosse animato di buona volontà non aveva competenze e tecniche per affrontare la disabilità. Per il resto, certo servirebbero anche maggiori supporti digitali, aule adeguate, qualche strumento specifico per lavorare con i bambini, ma quando manca anche la carta igienica a scuola, mi basterebbe che fosse garantito il minimo: cartoncini e fogli di carta”

Per ripartire bisogna costruire le basi e non perdere la fiducia nei tanti giovani professionisti che aiuterebbero a farlo per non abbandonare la propria isola e gli amati teppautistici.


VALERIA SCAFETTA

  Giorvaleria scafettanalista e saggista. Ha realizzato reportage per le Nouvel Observateur e inchieste per riviste specializzate in psicologia. Ha curato l’ufficio stampa per eventi culturali e politici. E’ madre di due bambini non autistici ma è sinceramente  appassionata di #teppautismo.  


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