Autismi & Autistici

Il tema degli autistici lungo la via per la Casa Bianca

trumpteppaHillary Clinton, la candidata democratica alle prossime elezioni USA, ha lanciato l’ autismo come tema della sua campagna elettorale contro Donald Trump.

Abbiamo chiesto alla madre di teppautistico Marina Viola da Boston di commentarci la vicenda con il suo personale punto di vista.

Marina ci rivela così un risvolto molto politico della presa di posizione della Clinton.  Comunque sia se farà qualcosa di concreto per noi autistici che vinca Hillary senza riserve!!!


Ieri sera, a cena, ho posto una domanda difficile, seppur retorica, alla mia famiglia: se dovesse vincere Donald Trump, a novembre, dove vogliamo andare a vivere? O vogliamo rimanere in un Paese governato da una persona che non ci rappresenta e che potrebbe fare dei danni anche pratici alla nostra situazione di famiglia autistica?

Sofia, che ha 16 anni, ha sorriso, avendo colto una seppur triste ironia dietro le mie parole. Emma, che invece di anni ne ha solo 9, si è messa subito a piangere, perché dice che sarebbe troppo difficile andare lontano dalla sua amica Cece e dalla sua scuola. Luca invece ha finito in fretta i suoi spinaci e ha annunciato, a modo suo, che era ora di andarsene di sopra a fare le sue cose senza essere disturbato.

Non è solo il muro che vuole innalzare per lasciare gli immigrati al di là e non vederli; non è solo la retorica anti-musulmana, anti-gay, anti-minoranze e pro-guerra che inneggia; non è solo la sua ignoranza; non è solo il suo ciuffo odioso. Quello che spaventa di Trump è anche il suo modo leggero e offensivo di prendere in giro il giornalista disabile. Ed è anche questa storia, che ho scoperto da poco e che voglio raccontarvi; una storia che porta davvero la politica a un livello di concretezza famigliare, la mia, a una voglia di fuga da questo tipo di mentalità, la sua.

Eccovi la storia:

Il padre di Donald Trump, ricchissimo, aveva cinque figli. Uno, Freddie, era considerato la pecora nera: beveva, fumava, odiava il business della famiglia, ne faceva di ogni. Ebbe dei figli, due o tre, prima di morire giovanissimo. A uno di questi, nel 2000, nasce un bimbo con una malattia neurologica rara e gravissima: epilessia, grossi ritardi motori e cognitivi, continui interventi medici, difficoltà enormi. E costi esorbitanti, dato il costante monitoraggio di medici specializzati.

Nel frattempo muore il padre di Trump, dopo anni di Alzheimer, e lascia detto che l’eredità spetta solo ai quattro figli in vita: nulla o quasi per il padre del bimbo malato, che, giustamente, fa causa. Donald, offeso dalla voglia di giustizia del nipote, taglia tutti gli aiuti economici che la famiglia dava al bimbo malato. “Perché mai dovrei aiutarli? Hanno fatto causa a mio padre!”. È questa la risposta che riceve Heidi Evans, la giornalista allibita che chiede chiarimenti sulla vicenda.

Fine della storia. I commenti, credo, sono assolutamente superflui.

Fortunatamente, però, dall’altra parte dell’enorme spettro politico americano, c’è anche Hillary Clinton, che, a dire il vero, personalmente non mi fa impazzire: ha votato, in passato, contro i matrimoni gay, ha votato in favore della guerra in Iraq, ha partecipato entusiasta ai giochi sporchi della politica americana più abietta.

Ma una proposta importante l’ha fatta: ha messo sul tavolo delle politiche e sociali una visione dell’autismo che condivido appieno, che ha proposto con il linguaggio giusto:

non ha parlato di cure come se l’autismo fosse un cancro da debellare, non ha parlato di epidemia, non ha parlato di vaccini. Ha proposto un aiuto pratico per le persone autistiche adulte, sia dal punto di vista di possibilità di lavoro che di dignità di vita; ha parlato di un supporto alle famiglie, ha parlato di un supporto tecnico alle persone autistiche che non hanno voce.

Ha capito, in poche parole. Ha capito cosa serve alle famiglie come la mia, che durante una cena di una sera qualunque hanno paura che Trump vinca e Hillary perda.

Emma, nel frattempo, ha smesso di piangere e si è galvanizzata nel sentire la mia proposta: dovremmo partecipare alle campagne di sensibilizzazione al voto, e andare a bussare, porta a porta con i testimoni di Geova, nelle zone in cui la gente non vota per pigrizia; dovremmo essere attive e forti e spiegare che se vince Trump ce ne dobbiamo andare tutti in Canada, o forse chissà, magari ai Caraibi, dove fa caldo tutto l’anno e dove Luca può almeno rilassarsi.

E magari verrebbe anche la sua amica Cece.


MARINA VIOLA


Leggi Pensieri e Parole, il mio blog:
http://pensierieparola.blogspot.com
Marina Viola porta il quaranta di scarpe. Vive a Boston e ci fa il diario di quella che pensiamo essere l’ altra parte della luna. Che significa per noi autistici vivere negli Stati Uniti? Potete farle anche domande….

Le precedenti corrispondenze di Marina Viola da Boston

 

  • Questa è la sua storia: dal 1991, da quando cioé ha deciso di vivere con il suo fidanzato Dan. La loro prima casa era nel New Jersey, dove ha preso una minilaurea in grafica pubblicitaria. Ha tre figli: Luca, che ha quasi diciannove anni, ha una forma abbastanza drammatica di autismo e una forma strana di sindrome di Down; Sofia, che ha sedici anni ed è più bella di Liz Taylor, è un genio del computer e prende sempre cinque meno meno in matematica; Emma, che di anni ne ha solo otto, ma che riempie un silos con la sua personalità. Marina Viola odia le uova perché puzzano, ma per un maron glacé venderebbe senza alcun senso di colpa tutti e tre i figli. Ha una laurea in Sociologia presso Brooklyn College, l’università statale della città di New York. Da qualche anno tiene unblog in cui le piace raccontare alcuni momenti della sua vita. Ha scritto settimanalmente sul sito della Smemoranda (smemoranda.it) dell’America vista però in modo sarcastico e ironico.

A giugno del 2013 è uscito il suo primo libro, “Mio Padre è stato anche Beppe Viola”, edito da Feltrinelli. Nel suo secondo, “Storia del Mio Bambino Perfetto” (Rizzoli, 2014) racconta di Luca e dell’autismo.

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