Fanta-autismo, News

Basterebbe dire autistico

Due storie parallele di ordinario autismo che riguardano due bambini… Come tanti.  Il primo per i compagni della prima classe elementare è “l’imbambolato”, le insegnanti capiscono che ha un problema, ma guai ad accennarlo ai genitori…La colpa è della scuola che non lo capisce…Intanto il tempo passerà.  Nel secondo caso una madre ha sfondato  il muro di gomma dei familiari che minimizzavano l’ evidenza di un bimbo “un po’ strano”,  lo ha “battezzato” come autistico e come tale se ne sta occupando.


autistico

Carlo ha sei anni, frequenta la prima elementare: la scuola è cominciata da tre mesi, è stato sempre presente, ma, mentre nei quaderni dei suoi compagni le pagine sono piene di lettere e di numeri, i suoi sono bianchi. Carlo non scrive, quindi non legge, sta lì, al suo posto, composto, per gli altri bambini è “imbambolato”, per le maestre è un alunno “problematico” che avrebbe bisogno di sostegno.

Davide invece di anni ne ha dodici, quando ne aveva tre i genitori hanno notato dei comportamenti particolari, diversi da quelli seguiti nello stesso percorso di crescita dal fratello, si sono rivolti a degli specialisti ed hanno scoperto che Davide è autistico. La mamma si è da subito impegnata per affrontare la nuova situazione, intraprendendo le strade possibili per aiutare il proprio bambino a superare le difficoltà che avrebbe potuto incontrare e a vivere una vita il più possibile serena.

Lo ha fatto con la forza e la determinazione di una madre, in un contesto famigliare nel quale si è preferito il silenzio e l’omissione di quel componente, definito dai parenti “un po’ strano”, “una pena” per i genitori. Nel tempo però la consapevolezza della mamma ha reso Davide un ragazzino integrato che va a scuola regolarmente e fa attività sportive quasi a livello agonistico. Certo non è “guarito” come si aspettavano gli zii, ma riesce a vivere la sua quotidianità senza doversi nascondere ed ha una prospettiva diversa rispetto alla reclusione in un centro o alla marginalizzazione sociale.

La sua strada ora sarà ancora difficile, ma ci sono più discese, per Carlo invece è tutta una salita che deve ancora cominciare e si spera lo faccia presto. Parte dalla lucidità degli insegnanti nel capire che il bambino ha bisogno di aiuto perché potrebbe essere autistico; dalla presa di coscienza da parte dei genitori che il proprio figlio potrebbe essere autistico e dalle prime tappe di un lungo percorso che un autistico deve intraprendere per non rimanere una indefinibile figura, imbambolata, problematica, strana, sola.

Non è una questione di semantica, ma di ignoranza che genera altra ignoranza, di cui vittima rimangono il più delle volte i bambini. Basterebbe aiutare chi li circonda, per primi i genitori, a pronunciare una parola, spesso usata con leggerezza come insulto, ma che fatica ad essere accettata nelle comunicazioni sociali quotidiane: autismo e da lì si riparte.


VALERIA SCAFETTA

  Giorvaleria scafettanalista e saggista. Ha realizzato reportage per le Nouvel Observateur e inchieste per riviste specializzate in psicologia. Ha curato l’ufficio stampa per eventi culturali e politici. E’ madre di due bambini non autistici ma è sinceramente  appassionata di #teppautismo.  

Condividi questo articolo

Informazioni sull'autore

Articoli Correlati

Commenti Facebook