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Un "trust" per il "Dopo di noi" dei figli autistici

Ho massima fiducia che le istituzioni presto ci risolveranno con ottime leggi il dilemma del “dopo di noi”, ma mentre aspetto (e il tempo passa) sto maturando l’ idea di un progetto “dadaista” che intendo sperimentare di persona  assieme a un manipolo fidato di miei colleghi d’autismo.  Ho  cominciato a pensare che la maniera migliore per non stare con le mani in mano sarebbe stata quella di inventarsi un “format”  che potesse rappresentare per piccoli gruppi di sette otto famiglie al massimo, con similari problemi di gestione di un figlio autistico (stessa fascia d’ età simile livello di disabilità) di organizzarsi come se fossero a tutti gli effetti una piccola azienda, mettendo in comune risorse pubbliche e personali, educatori, eventuali seconde case disponibili per costruire un progetto di vita attiva e felice per i propri figli. (GN)


 

trust


 

Per alcuni potrebbe essere una soluzione, per altri no: intanto è “qualcosa che si sta inventando”, anzi che è già stata inventata da tempo, ma ora diventerà – dicono – più facile da praticare. Si chiama “Trust” ed è un’idea che potrebbe interessare alcune – tante o poche lo vedremo – famiglie con autismo ad affrontare quella preoccupazione universale per i loro figli “dopo di loro”. In pratica, non è che un atto burocratico, si fa dall’avvocato e comprende tre soggetti: il disponente, il beneficiario e il “trustee”. Nel caso delle famiglie, il disponente di solito è il genitore, il beneficiario è il figlio (autistico o disabile in genere), il “trustee” è un altro familiare, verosimilmente una sorella o un fratello.

Concretamente, i genitori “consacrano” un bene, mobile o immobile che sia, al figlio disabile

Può essere una somma di denaro, anche da alimentare periodicamente; oppure, come spesso accade, un appartamento. Vincolano quel patrimonio al beneficiario e dispongono tutta una serie di indicazioni in merito all’utilizzo di esso: indicazioni contenute nelle “lettere dei desideri” (così si chiamano) che vengono allegate all’atto. Ora, la novità è che questo “trust” sarà defiscalizzato: le famiglie non dovranno cioè pagare le imposte ipotecarie e catastali, che ammontano a circa il 3%. E’ quanto prevede l’articolo 6 della legge sul Dopo di noi, già approvata in Commissione alla Camera e in attesa di essere discussa in aula e poi al Senato.

lupoiE se di “trust” si parla in questa legge, lo si deve soprattutto a Francesca Romana Lupoi, avvocato dell’associazione Trust in Italia, che ieri Redattore sociale ha intervistato. Ecco come spiega i nodi fondamentali di questo particolare istituto giuridico. “Il trust è una sorta di patrimonio segregato, separato rispetto a quello personale del soggetto che lo gestisce: nel fondo in trust, si va a mettere una somma, un bene mobile o immobile, secondo modalità molto flessibili (per esempio, anche con versamenti periodici, ndr): e questo viene ‘consacrato’, destinato esclusivamente alla finalità prevista. E nessuno può toccarlo, se non il beneficiario.

“Ma il trust per il Dopo di noi è soprattutto un programma di vita, qui sta la sua forza”

In che senso? “Nell’atto, viene indicato con precisione come la famiglia vuole che sia utilizzato quel bene. Si allegano le cosiddette ‘lettere dei desideri’, in cui i genitori declinano un vero e proprio progetto per il figlio. In questo modo, sotto questo profilo la loro morte sarà irrilevante, perché il trustee garantirà l’esecuzione di quel progetto e il figlio sarà completamente tutelato”. Il trust, in definitiva, consiste in un bene vincolato, con un corollario ben preciso di regole e indicazioni a cui il trustee dovrà attenersi.


dopo di noi


 

In questo modo, desideri e progetti diventano legge

“Per questo, l’atto di trust è su misura, entra nel cuore dei genitori e nelle abitudini del ragazzo. Il trustee si impegna a realizzare nel miglior modo possibile le volontà dei disponenti. Ed eventuali violazioni saranno perseguibili davanti al giudice”, precisa Lupoi.

Un esempio? Una coppia ha un figlio autistico ormai adulto e una grande casa di proprietà – racconta Lupoi, riferendo di un caso seguito tempo fa – I genitori hanno diviso l’appartamento in due parti, riservandosene una per usufrutto. Nell’altra ala dell’appartamento, il ragazzo ora vive insieme ad altri cinque ragazzi con disabilità, costantemente assistiti dagli operatori di una cooperativa. In questo modo, il Dopo di noi si sta realizzando anche prima. E la famiglia, dopo diversi anni di sperimentazione, si dice molto soddisfatta”. Naturalmente, saremmo curiosi di sapere quante storie simili ci siano in Italia e cosa ne pensano i genitori che hanno intrapreso questa strada. Insepttopia, in un certo senso, ci aveva già pensato…

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