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Tenerezza una mazza…La Corazzata Potemkin dell'autismo

La nostra Gabriella è stata a teatro a vedere una pièce che parlava di neurodiversità. Meglio la finzione scenica che la realtà. Il tristerrimo dibattito che è seguito (stile corazzata Potemkin) le ha dato il senso di quanto siamo messi male…Alla fine lasceremo anche noi i figli con le valigie davanti al Quirinale?


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Gabriella La Rovere

Domenica scorsa sono stata invitata ad assistere allo spettacolo teatrale “Tenerezza (un insolito stato di grazia)” di Lauro Versari, tratto dal romanzo “Fratelli” di Carmelo Samonà, romanzo che è attualmente introvabile – se non cercando tra i siti dei libri rari – e che spero la Sellerio possa e voglia ripubblicare.

Si racconta la storia di due fratelli, uno affetto da gravi disturbi psichiatrici e con stereotipie tipiche dell’autismo. Il libro, pubblicato per la prima volta nel 1978, può essere considerato rivoluzionario perché tratta un argomento del quale finalmente si è preso coscienza e cioè l’impegno emotivo e psicologico di avere un fratello disabile mentale ed essere per sempre riconosciuto come fratello di, sorella di, la propria identità fagocitata all’interno di un problema, un futuro assicurato come badante.

Lo spettacolo, che ha avuto successo nei quattro giorni di repliche al Teatro della Visitazione a Roma, ha anche messo in evidenza la solitudine nella quale vive la famiglia con figlio autistico. Sembra però che ogni volta ci sia bisogno di sottolinearlo, che ci si trovi di fronte alla cruda realtà sperando che qualcosa cambi, che i protagonisti di questa tragedia quotidiana prendano coscienza e siano loro (finalmente!) gli artefici del cambiamento. Come? Semplice: incazzandosi.

La tavola rotonda che ha fatto seguito allo spettacolo con l’intento di raccontare le difficoltà che ci sono a vivere, giorno dopo giorno, con un disabile mentale era – come sempre – vuota, le prime due file occupate dai genitori di autistici, da qualche insegnante o studentessa di scienze dell’educazione, pochi sparuti amici, due o tre curiosi. Come tutte le volte ci siamo raccontati le solite cose: la scuola, i servizi sociali, lo Stato. Un parlarsi addosso che non può essere considerato terapeutico ma solo un’inutile perdita di tempo. Bisogna far seguito con i fatti alle parole.

Nel 2010 insieme ad altre cinque mamme scrivemmo una lettera al Presidente Napolitano dopo l’ennesimo taglio sulle risorse sociali giustificato con la celeberrima frase di “spesa improduttiva”. Se non avessimo avuto risposta alla nostra richiesta di avere una Sua netta e inequivocabile presa di posizione a favore di questi Italiani, avremmo suonato al portone del Quirinale. E così fu.

Il servizio d’ordine non si aspettava di vedere queste sei mamme giunte da Roma e da altre città che, con la più grande tranquillità, chiedevano di essere ricevute dal Presidente. Ci fu una grande frenesia, vedemmo uomini che si affacciavano all’ingresso e nel giro di poco l’Intelligence scandagliò i più oscuri recessi delle nostre vite fino a concludere che eravamo proprio delle mamme, nessuna terrorista né invasata ideologica. Semplici mamme, ma incazzate e determinate. Perciò fummo ricevute da un collaboratore del Presidente al quale ventilammo la possibilità che, in mancanza di una reazione istituzionale altrettanto forte, avremmo lasciato i nostri figli con la valigia fuori dal portone per far capire quanto impegno venga profuso ogni giorno in termini di energia e soldi. Altro che spesa improduttiva! Quelle parole dovevano essere rimangiate una per una.

Cosa è rimasta di tante determinazione? Molto poco, piccoli focolai di scontento senza importanza. La mossa della politica, di chi realmente tiene in mano le redini del potere, è sempre quella: divide et impera.

GABRIELLA LA ROVERE

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