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Autismo e inclusione in America tra scuola pubblica e scuola "speciale"

Marina Viola da Boston ha intervistato per noi autistici il direttore della scuola “speciale” di Crossroads che frequenta suo figlio Luca. E’ un’ interessante reportage sulla realtà americana rispetto all’inclusione scolastica. La distinzione tra scuola pubblica e privata non comporta nella maggior parte dei casi l’ onere di una retta da parte dei genitori, ma spesso a bisogni speciali vengono offerte scuole specializzate, che spesso hanno lo scopo di essere propedeutiche a un “rientro” nella scuola pubblica . Interessante l’ esperimento dell’ “inclusione al contrario” per cui un mese all’ anno sono i fratelli dei soggetti speciali a entrare nelle classi di Crossroads.

 


Sento già le critiche: se chiedo a chi lavora nel privato, certo che mi vien detto che funziona meglio del pubblico. Anticipo quindi le polemiche, annunciando che la prossima volta andrò anche a chiedere come vanno le cose in una scuola pubblica.

Questa volta però sono andata a fare delle domande a Anthony Camilleri, direttore di Crossroads, la scuola che frequenta mio figlio da quasi otto anni. Ho parlato con lui e con tre impiegati della scuola: Kevin Hardy, Education Director, Noah Borgondy, Educational and Behavioral services coordinator, e Kelley Borer-Miller, Development Director. Ero curiosa di sentire da chi dedica la propria vita all’istruzione per persone autistiche, com’è la situazione nel Massachussetts, lo Stato in cui ho deciso di metter radici e crescere i miei tre figli.

 esportaIl dottor Camilleri e Kevin Hardy mi hanno raccontato la loro esperienza nel mondo della scuola pubblica, che è molto simile a quella italiana: poca conoscenza di ABA, difficoltà nel trovare fondi e ambienti consoni ad insegnare a chi ha bisogno di una cura speciale. Il dottor Camilleri ha spiegato in modo molto chiaro perché, a volte, occorre che ci sia uno spazio attrezzato per studenti affetti gravemente da autismo. “ La scuola pubblica, nel nostro Stato, ha fatto e fa un lavoro meraviglioso in quello che si è preclusa di fare: insegnare a studenti neurotipici.

Come un pediatra, che è generalista e si occupa dei suoi pazienti senza complicazioni o bisogni medici speciali, la scuola pubblica nel nostro Stato, che è senz’altro all’avanguardia, si occupa di studenti senza gravi problemi di apprendimento. Qualche volta però, alcuni pazienti hanno bisogno di cure speciali e per questo ci sono i medici specializzati: l’oncologo, il neurologo o il cardiologo. Ecco, noi siamo l’equivalente del cardiologo. Come per certi pazienti, anche per certi studenti, quelli autistici gravi, servono delle cure che uno studio di medicina generale o un a scuola pubblica non offrono: classi create in un certo modo, insegnanti specializzati, un metodo terapeutico preciso e sistematico.” Conclude sottolineando che comunque l’obiettivo di Crossroads è di preparare gli studenti a frequentare la scuola pubblica. A volte ci riescono, a volte invece è più difficile.

“Scuole private come Crossroads”, continua il dottor Camilleri anticipando la mia domanda, “sono finanziate dai soldi del governo, che arrivano dai distretti scolastici, e non ci sono costi per le famiglie”. Mi spiega che il distretto scolastico è obbligato a offrire una scuola che abbia gli strumenti per far raggiungere il massimo potenziale a tutti gli studenti, neurodiversi o no. In certi casi, quando non è chiaro quale scuola è la più adatta, viene richiesta una valutazione, fatta da specialisti indipendenti, e se si ritiene che la scuola pubblica non ha tali strumenti, è onere del distretto pagare una scuola privata che li abbia. Sottolinea il fatto che alcuni distretti, che non vogliono pagare la retta scolastica, usano la ‘scusa’ dell’integrazione e si impuntano sulla scelta pubblica, sapendo bene che non è la scelta giusta, e enfatizza l’importanza della preparazione dei genitori ai diritti per i propri figli.

Chiedo come Crossroads gestisce il discorso di inclusione: come si può insegnare a un bambino neurotipico ad accettare un compagno neurodiverso se vanno in scuole diverse? Kevin mi ricorda che le scuole pubbliche sono frequentate anche da persone disabili, e che a seconda delle capacità cognitive, riescono benissimo a stare in gruppo e a partecipare. Per le persone come mio figlio, per cui è impensabile una situazione del genere, Crossroads invita un mese all’anno i fratelli e le sorelle degli studenti, per fare una ‘inclusione all’inverso’: sono i ragazzi non disabili ad andare in una scuola come Crossroads, a imparare a convivere e a condividere un’esperienza scolastica diversa da quella a cui sono abituati.Screen Shot 2015-10-23 at 10.21.54 AMScreen Shot 2015-10-23 at 10.18.50 AM

Aggiunge Noah Borgondy: “L’idea di autismo, di ABA e in generale di handicap è relativamente nuova, e nasce dai movimenti dei diritti civili di questo Paese: anni fa c’erano scuole separate per bianchi e neri e si è capito che invece l’integrazione era la cosa giusta da fare. Anche per le persone disabili era così. Infatti le scuole, anni fa, erano fisicamente separate in due aree: quelle per abili e per disabili. Capisco perfettamente il timore che avere delle scuole ‘speciali’ possa essere un ritorno a quel tipo di mentalità, ma la domanda da farsi è: cosa vogliamo ottenere dall’istruzione? Per certe persone è importante che ci sia un ambiente il meno meno restrittivo possibile ma anche il più efficace, che è alla base di IDEA (Individuals with Disabilities Education Act), una serie di leggi create negli anni ‘90 per proteggere i diritti degli studenti portatori di handicap. Quali sono gli obiettivi per tutti gli studenti? Una delle risposte è una scuola come questa.”

Chiedo a tutti qual è secondo loro il segreto del successo di una scuola come Crossroads. Risponde Kevin: “Crossroad nasce nel 2001 da una scuola ‘sorella’ nello Stato di New York frequentata da 80 studenti. Offriamo un modello interdisciplinare in cui non solo gli insegnanti, ma anche gli specialisti (fisioterapisti, logoterapisti, terapisti occupazionale e via dicendo) hanno studiato ABA e offrono servizi diretti agli studenti. Un altro punto importante è che la scuola vuole mantenere un numero limitato di studenti, per promuovere un senso di intimità tra lo staff, le famiglie e gli studenti. Qui ci conosciamo tutti bene, conosciamo bene i nostri studenti, riteniamo importante che ci sia un forte spirito di comunità”. Aggiunge Noah: “Infatti, sono pochi gli insegnanti che vanno a lavorare in altre scuole. Molti di quelli che vengono assunti rimangono proprio perché l’ambiente in cui lavoriamo è ottimo, sia tra i colleghi che tra i superiori. Siamo tutti coinvolti allo stesso modo.”

Le nostre chiacchiere vengono interrotte dall’allarme dell’incendio: la scuola deve essere evacuata in due minuti. Le fanno spesso queste esercitazioni, per insegnare ai ragazzi e allo staff cosa fare in caso di un incendio vero. Con una compostezza non sempre associabile a questi studenti, sessanta ragazzoni autistici, accompagnati dagli insegnanti, escono dalle aule, dalla scuola e si incamminano verso la fine del parcheggio, dove iniziano gli alberi. In due minuti esatti la scuola è abbandonata, e io rimango allibita dall’efficienza e dalla professionalità di tutti. Uscendo incontro Luca, che mi guarda come per dire: “E tu, cosa ci fai qui?” Mi passa di fianco ma non si ferma.

Saluto, salgo in macchina e torno a casa piena di pensieri che mi frullano per la testa e con la certezza, per una volta, di aver davvero fatto la scelta giusta per mio figlio.

MARINA VIOLA


Leggi Pensieri e Parole, il mio blog:
http://pensierieparola.blogspot.com
Marina Viola porta il quaranta di scarpe. Vive a Boston e ci fa il diario di quella che pensiamo essere l’ altra parte della luna. Che significa per noi autistici vivere negli Stati Uniti? Potete farle anche domande….

Le precedenti corrispondenze di Marina Viola da Boston

  • Questa è la sua storia: dal 1991, da quando cioé ha deciso di vivere con il suo fidanzato Dan. La loro prima casa era nel New Jersey, dove ha preso una minilaurea in grafica pubblicitaria. Ha tre figli: Luca, che ha quasi diciannove anni, ha una forma abbastanza drammatica di autismo e una forma strana di sindrome di Down; Sofia, che ha sedici anni ed è più bella di Liz Taylor, è un genio del computer e prende sempre cinque meno meno in matematica; Emma, che di anni ne ha solo otto, ma che riempie un silos con la sua personalità. Marina Viola odia le uova perché puzzano, ma per un maron glacé venderebbe senza alcun senso di colpa tutti e tre i figli. Ha una laurea in Sociologia presso Brooklyn College, l’università statale della città di New York. Da qualche anno tiene unblog in cui le piace raccontare alcuni momenti della sua vita. Ha scritto settimanalmente sul sito della Smemoranda (smemoranda.it) dell’America vista però in modo sarcastico e ironico.

A giugno del 2013 è uscito il suo primo libro, “Mio Padre è stato anche Beppe Viola”, edito da Feltrinelli. Nel suo secondo, “Storia del Mio Bambino Perfetto” (Rizzoli, 2014) racconta di Luca e dell’autismo.

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