Archivio, Mio figlio autistico

Rispondo a Mariella, la Cenerentola al ballo di corte

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La lettera alla Nuova Ferrara di Mariella equivale per me a un secondo premio, dopo la serata dell’Estense di cui porto ancora addosso tracce di visibilio. È la prova che non è stata vana tutta l’angoscia che mi è costata mettere in piazza il mio privato più indicibile. Per una sera ho liberato Mariella dalla sua clausura coatta, l’ho costretta ad agghindarsi, farsi bella, pittarsi le unghie e addirittura mettersi la crema dopo doccia.

Nessun’altra donna, che non condivida la cura perenne dei nostri balzani fardelli amorosi, potrà capire cosa ci sia di straordinario in tutto questo. Nessuna, dalla più modesta alla più sfacciata, se può rinuncia alla propria cura femminile, fa parte di quei piccoli gesti quotidiani che gratificano, fanno star bene, riconciliano con qualsiasi avversità dell’ esistere quotidiano. Solo alle suore è interdetto farsi belle, ma lo scelgono loro e probabilmente ne hanno in cambio grazia a profusione.

Le donne come Mariella invece, per una legge non scritta, devono, spesso e loro malgrado, accettare di far parte dell’ ordine monastico delle madri di ragazzi autistici. A loro è chiesta dedizione totale, incondizionata e perenne, a un carceriere che amano di amore straziante, ma di cui devono essere a loro volta le guardiane. A questo si aggiunge una strisciante insinuazione, mai completamente sopita, che sia loro la responsabilità di quella stravaganza della natura. Nessuno parla più apertamente di mamme frigorifero, capaci di generare solo figli imperfetti, ma solo per diffusa ipocrisia. Di fatto non si contano le madri di autistici sottoposte al terzo grado su quanto abbiano assolto al loro compito di nutrici totali, quanto abbiano allattato quel bambino, quanto lo abbiano guardato negli occhi mentre lo tenevano attaccato al seno.

Può una donna sentirsi ancora tale quando è impegnata in una maratona massacrante che durerà per tutta la vita? Di sicuro no, perché gli affetti si diluiscono, le passioni si raffreddano, le occasioni di sorridere diventano lussi irraggiungibili. Conosco bene questa situazione delle madri, il loro destino sembra quello di spegnersi dimenticando il legittimo desiderio di piacersi e piacere al resto del mondo.

L’autostima invece è un diritto sacrosanto, equivale alla felicità di ognuno di noi. Una donna che deve sopportare la ricrescita, che non ha tempo di farsi le unghie come le piacerebbe, cui è impossibile sentirsi bene con il proprio corpo ben custodito, avrà sempre un’ombra luttuosa nel punto più profondo dell’animo, anche se lo nega, anche se dirà che non è importante, perché per lei è più importante che quel figlio fortissimo, ma indifeso, abbia la sua salvaguardia sempre accanto. Ecco perché quando ho letto la lettera di Mariella mi sono sentito euforico, come se avessi bevuto un Margarita di troppo.

Sono riuscito a rapire, anche se solo per un pomeriggio, una delle spose di Barbablù, permettendo che si sentisse tutt’altro che una vittima destinata al sacrificio. Mariella sarà stata come Cenerentola al grande ballo di corte, in quel gran teatro luccicante e pieno di bella gente importante. Io sono quel signore pallidissimo e scarmigliato che si è fatto fotografare sul palco, ma non certo il principe azzurro. Cara Mariella, la tua carrozza è tornata a essere una zucca e il tuo bel vestito della festa l’avrai rimesso in naftalina. Consolati, anch’io non ho assaggiato il buffet, avrai notato che, dopo tutti i discorsi dei ministri, dei presidenti, delle autorità, quando sono stato nominato già ero sparito. Mi aspettava un treno che non potevo perdere, dovevo dare il cambio a una moglie, più o meno uguale a te. Anche io avevo fretta di togliermi la giacchetta buona e arrotolarmi le maniche.

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