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Perché ho scritto di mio figlio autistico

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 Non è stato semplice decidere se scrivere un libro sulla mia vita assieme a Tommy, mio figlio autistico quindicenne. Una volta maturata la decisione che fosse giusto farlo, scriverlo è stato semplicissimo.
   Mi è bastato annotare per un po’ di notti quello che facevo con lui durante la giornata. Ho aggiunto qualche vecchio ricordo di quando era bambino, quando pensavamo tutti che fosse solamente un po’ taciturno, ma alla fine avrebbe parlato. Non é andata così, ma chi se ne importa!
  Mi piacerebbe poter parlare di questo libro con chiunque me lo chieda, so che sono centinaia di migliaia le famiglie che in Italia si trovano ogni giorno a dover fare i conti con l’ idea che l’ accudimento perenne di un figlio autistico sia un impegno che condizionerà tutta la loro esistenza, per di più appesantito dal gravoso pensiero di quello che sarà il suo destino quando saranno più accanto a lui a salvarlo dal mondo ogni istante. Felici di farlo, senza far caso a morsi, pugni e graffi di cui si portano fieri i segni, come fossero ferite guadagnate in battaglia.
   Il libro racconta anche dell’idea che ogni genitore di autistico insegue spesso invano per tutto il suo affannarsi quotidiano: una città felice e aperta, dove suo figlio possa vivere senza dovere essere costretto a passare giornate da solo in un appartamento, con noi accanto che non sappiamo che fare per dare senso al tempo di quel gigante irrequieto.
  Io ho un progetto che vorrei perfezionare contando sulle esperienze di chi ha già affrontato questo problema, ma soprattutto vorrei far conoscere a chi, tra pubblico e privato, avrebbe mezzi e risorse per permettere che l’ utopia diventi realtà concreta. Ne parlerò qui tra poco.

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